Khartoum                                                                                          3 febbraio 2005

L’impossibile e` accaduto

 

Domani mattina andiamo a Wau, una cittadina martoriata nel cuore del Sud Sudan in piena euforia di pace. E questo senza permessi del ministero degli interni e della sicurezza militare.  Mai successo prima dal 1983 per stranieri! Un segnale di distensione chiaro e limpido come la luna di notte sul cielo di Khartoum. Qualche cosa e` cambiato.

 

Questa mattina siamo andati ad una scuola Wad Ramli con i suoi 711 studenti; ancora nelle stesse aule fatte di fango e  di plastica come tetto; finestre senza inferiate, classi con banchi di lamiere contorte dal lungo uso da quando nel 1985 incominciarono le scuole per i rifugiati nei campi attorno a Khartoum. Qui non e` cambiato poco o niente.  Soltanto i bambini sono molto di piu`; alcuni li vedo comperarsi un panino, asciutto asciutto e bagnarselo in un bicchiere di te.

 

Il direttore della scuola, di nome Lino, mi dice che non vogliono piu` essere chiamati “rifugiati” sono ora e si sentono cittadini a pieno diritto anche qui` nel nord Sudan: siamo tutti fratelli dopo questa pace che scandisce per nome i nostri diritti. Stiamo assaporando almeno il profumo della democrazia. Forse questa volta ce la faremo a sentirci esseri umani, a sognare un futuro tutto nostro, fatto con le nostre mani e secondo la nostra identita` africana. La nostra e` una lunga storia di dolore, sofferenza, schiavitù`, oppressione con tanti silenzi, molta dignita` e pazienza. Forse siamo uno dei pochi paesi africani che hanno saputo sperare in un futuro migliore nell’inferno di una guerra durate piu` di vent’anni. Dio ci sta benedicendo; e spero che benedica tutto il Sudan”.

 

Gli chiedo: a quando i primi frutti di questa pace? “ Il minimo un cinque anni; i primi a ritornare al sud saranno gli anziani; loro volgono morire nella loro terra, mangiando del loro raccolto, bevendo il latte delle loro vacche e gustare la carne del loro bestiame e del pesce dei loro fiumi, staccando il mango, la papaia, la banana dalle piante delle loro terre; vogliono mangiare i loro ananas; sedersi ancora una volta sotto il grande albero del villaggio e raccontare le loro storie di dolore in terra straniera.

 

“Noi e i giovani ritorneremo alle nostre terre e a quelle dei nostri antenati dopo aver terminato la nostra educazione. Ritorneremo per sviluppare il nostro paese e tutte le sue risorse dall’agricultura al petrolio, le foreste; dobbiamo mettere in piedi tutto il sistema scolastico dalle elementari, alle universita`. Questo prendera` molto tempo, e molta saggezza da parte di coloro che dopo la guerra dovranno prendere in mano le redini del paese”.

 

Ritorniamo nel cuore della capitale Khartoum. I due Nili che si incontrano scorrono pacifici. Il traffico scorre veloce sui ponti; il lavoro di costruzione di nuovi palazzi e` presente ovunque. Ma sono i soliti sudisti che sostengono il peso della fatica. Chediamo quanto vengono pagati al giorno: mi dicono tra gocciedi sudore amaro che cola sulle loro labbra dalla fronte: circa 2 euro al giorno, facendo il calcolo; e` poco ci dicono, ma e` meglio di ieri; i grandi imprenditori edilizi sanno bene che se ce ne andiamo non avranno puo` mano d’opera; ora devono rispettarci di piu`, darci di piu`; sanno benissimo che non possono piu` fruttarci impunemente.

Domani sapremo che venti di pace tirano a Wau. Durera` questo accordo di pace? I segni sono buoni; ma se ci voltiamo verso quei campi degli ex-rifugiati appena visti vorremmo tanto che domani, domani mattina come sorge il sole tutto sia solo un brutto sogno, un brutto ricordo. Con le lacrime agli occhi vogliamo solo non vedere piu` un bambino affamato, ammalato, un bambino di strada, una bambina dagli occhi anemici, una mamma senza cure mediche con nel suo grembo la sua creatura, il sogno di un nuovo Sudan.

Arrivederci. E a presto.

Francesca, Idelma, Tina, Chiara, Gianluca, p. John   

 


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